Prima Edizione, Agosto 2007
Indice:
Storia di una Route
Albania, il paese dove non si muore mai
In questo periodo mi dicono che sono monotematica perché non faccio che parlare dell'Albania. Ma da quando ho scoperto questa terra, da quando, grazie al gruppo scout in cui faccio servizio, sono entrata in contatto con quella gente che troppo spesso siamo abituati ad accogliere, bene: non ho molto altro di cui parlare. Ve lo racconto, nella speranza che qualcuno voglia replicare la nostra impresa.
Tutto è iniziato…
Quando siamo entrati in contatto con don Carmine, un prete missionario della diocesi di Bari. Da sette anni vive in Albania. Attualmente risiede a Tirana, ma i villaggi di cui si occupa sono nella provincia di Kruja, la vecchia capitale albanese. Precisamente ha una chiesa a Derven. Don Carmine è un prete del cammino neocatecumenale, perciò opera in quel territorio con una comunità da lui fondata. Ci sono tanti ragazzi, ma spesso, raggiunta la maggiore età, preferiscono tentare la fortuna in Italia, in Grecia o in chissà quale altro Paese d'Europa. La situazione è molto complessa.
Cosa abbiamo fatto con il nostro gruppo scout…
A noi è stata data l'opportunità di fare animazione con i bambini dal 10 al 19 agosto. Il clan “Destino” del gruppo scout Roma 113, ha preparato un'ambientazione e dei giochi a tema per la mattina, dei tornei sportivi per il pomeriggio. Come tema sono stati scelti gli indiani. I bambini, tra i 7 e i 12 anni, si sono divertiti a indossare piume, scegliere il proprio totem, imparare a cacciare, danzare e quant'altro la nostra immaginazione ha partorito nella fase di preparazione. Nel pomeriggio abbiamo proposto dei giochi di squadra: calcio e pallavolo, ma anche roverino e street calzin, più propriamente scout. Ad aiutarci nella traduzione e nella spiegazione, c'erano dei ragazzi più grandi, che per svariati motivi parlano italiano. Tanti conoscono la lingua, perché la ascoltano in televisione. Altri studiano già nel nostro Paese, a Venezia e a Napoli per esempio. Dal punto di vista logistico, abbiamo alloggiato nella casa di fronte alla chiesa, attrezzata con cucina, bagni e camere. Come in tutta l'Albania però, anche qui mancano spesso acqua ed elettricità.
I bambini, le loro mamme, gli animatori…
Al di là delle attività organizzate, è stato l'incontro con queste persone ad arricchire il nostro bagaglio di esperienze. Bambini e ragazzi che per giocare o darci una mano, facevano quattro volte al giorno anche 2- 3 chilometri lungo strade sterrate, polverose, sotto il sole amaro di agosto. Bambini vivaci disposti ad accogliere con gioia le nostre proposte, anche dove estranee alle loro abitudini. Bambini che facevano di tutto per farsi capire, che sognano di fare i calciatori, le ballerine, le parrucchiere o anche di studiare giurisprudenza a Tirana. Bambini che alla fine del campo, ci hanno chiesto di “non dimenticarli mai”. E poi gli animatori con cui abbiamo vissuto momenti di condivisione più intensi. Una gita a Kruja per esempio, durante la quale abbiamo ballato al ritmo della musica tradizionale albanese. Ragazzi pieni di vita, armati di una semplicità e di una gioia disarmanti. Ragazzi che senza alcuna remunerazione sono stati costantemente al nostro fianco. E poi tutto il villaggio di Derven, che ci accolto e ci ha salutato al gran completo il giorno della partenza. Mamme che ci hanno ringraziato della nostra presenza a suon di frutta e carne.
E alla fine…
Portiamo a casa il ricordo di un'esperienza di confronto e incontro unica, di una terra tanto dura e difficile da vivere, ma ospitale e paesaggisticamente inimitabile. E poi portiamo con noi le parole di don Carmine, cui piacerebbe avere nella propria Chiesa una campana, cui piacerebbe accogliere altri gruppi che lo aiutino nell'animazione, cui piacerebbe avere un aiuto economico per far studiare i ragazzi più grandi, evitare che scappino e si adoperino invece per la loro comunità. Per questo vi lascio il mio recapito, nella speranza che questo racconto rimbalzi nel cuore di qualcuno di voi.
Alba D'Alberto : alba.dalberto@gmail.com
Inchiesta
Come fanno a entrare 18 persone con 16 zaini e 11 scatoloni, in una jeep da 4 posti e in un pulmino da 10? Non è l'ultima
barzelletta che sta impazzando nel web, ma un problema reale che ha interessato il nostro gruppo ed è stato messo sotto la
lente d'ingradimento di Vanity scout.
A Durazzo, mentre si sceglieva come ammassarsi nei mezzi di trasporto rigorosamente senza aria condizionata, qualcuno cercava
nel parcheggio le telecamere. I riflettori della versione albanese di Scommettiamo che... vista l'assurdità dell'impresa. A
occhio si valutavano le possibili combinazioni in base alle dimensioni del di dietro e alla stazza dei passeggeri. E alla fine il portellone si è chiuso, la jeep è partita. Subito immersi in una guida sportiva, abbiamo attraversato tre
province in una strada inaspettatamente poco trafficata e ben asfaltata. Sorpassi rocamboleschi e limiti di velocità di
facciata hanno consentito una subitanea acquisizione dello spirito d'avventura necessario per affrontare la route.
Poi il bivio per Derven dove, girato l'angolo, abbiamo capito che fino a quel momento eravamo stati fortunati. Strada
sterrata, polvere ovunque, guida sempre più sportiva, nel vano tentativo di evitare fosse. Buchi che sono stati ben centrati,
stando alle dichiarazioni dei 18 culi intervistatia all'arrivo.
Resistere si può dunque, è stato dimostrato. Ma la domanda resta: perché quell'autista? E soprattutto quale strana
deformazione, malattia, moda, vena artistica, lo portava a non abbottonarsi mai in modo regolare la camicia? Sorrideva senza
capire quello che dicevamo o rideva semplicemente di noi? Altri tre incontri ravvicinati con questo esemplare di autista non
hanno consentito agli esperti di rintracciare l'origine della sua sgangheratezza. Ma a noi piace ricordarlo così, con la
camicia fuori posto, il baffo unto e la pancia in evidenza.
Alba D'Alberto : alba.dalberto@gmail.com
